Alla fine le ferite hanno un ego enorme, pretendono continuamente di essere il capitolo più figo della nostra storia, tipo quello che chiede di essere raccontato sempre.
Lo capisco, c’è un ritmo terapeutico nel fare la mappa delle paure che siamo state, rilegarle in un comodo Bignami e metterle in mano a chiunque ci passi vicino.
Però poi si rischia di dare più valore agli squarci che non alle mani che, con amore, li hanno ricuciti. Le nostre stesse mani.
Io nel dubbio racconto tutto, il prima il durante e il dopo, asciugo senza pietà i miei interlocutori: o ti prendi tutto spontaneamente o ti lego ad una sedia…so fare certe gasse d’Amante che Mister Findus potrebbe chiedermi un tutorial
Però, se mi butto un occhio distratto allo specchio, riconosco più forti i colori di quello che ho costruito dopo. Certo, la mia tendenza a dimenticare le cose aiuta: le chiavi di casa, la lista della spesa, l’aver covato una serpe in seno, aggiungere il lievito all’impasto della pizza…roba così.
Le ferite sono brave architette, se le lasci fare progettano stanze e, con gli occhioni dolci, ti chiedono di viverci dentro.
Tu ricordagli che paghi già un mutuo e che grazie, ma sei a posto così ❤
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